
Con l’arrivo dell’estate e delle vacanze, la presenza sulle piattaforme digitali si fa sempre più pressante. Mare cristallino, spiagge bianche e corpi apparentemente scolpiti diventano i protagonisti indiscutibili delle nostre sessioni di scorrimento su Instagram e Facebook. Ma è davvero tutto oro quel che luccica? E soprattutto: possono delle semplici foto diventare talmente nocive per la nostra psiche da generare una vera e propria dipendenza?
Numerose ricerche scientifiche e psicologiche hanno confermato la natura altamente competitiva dei social media. Guardare le immagini delle vite apparentemente impeccabili degli altri aziona negli utenti un meccanismo automatico di confronto costante. Questo paragone continuo porta spesso a sentirsi inferiori, inadeguati e a manifestare una marcata ansia da prestazione emotiva ed estetica.
Il problema si amplifica quando spostiamo l’attenzione dalle foto altrui ai nostri stessi profili: cosa succede quando non riceviamo abbastanza like?
Gli studi dimostrano che la notifica di un apprezzamento stimola il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato al circuito cerebrale della ricompensa. Il nostro cervello percepisce quel “mi piace” come un premio gratificante. Allo stesso modo dell’assunzione di sostanze stupefacenti, questo circuito crea un bisogno compulsivo di reiterare l’azione per ricercare nuovamente la stessa sensazione. È proprio così che le piattaforme digitali riescono a innescare una vera e propria dipendenza comportamentale, del tutto paragonabile alle dipendenze tradizionali.
I danni, tuttavia, non si limitano alla sola sfera psicologica individuale. A fare le spese dell’uso eccessivo ed evasivo dei dispositivi digitali sono anche e soprattutto le relazioni interpersonali. Quante volte capita, persino in vacanza o durante una cena in compagnia, di osservare persone che si isolano dal gruppo per controllare notifiche, feed e aggiornamenti?
In quel preciso istante, la presenza fisica si trasforma in un’assenza emotiva. L’isolamento progressivo generato dal rimanere incollati allo schermo alimenta una solitudine profonda che, nei casi più gravi, rischia di sfociare in veri e propri quadri depressivi. Si tratta di sintomi tipici di quella che negli ultimi anni si è affermata come una delle dipendenze più diffuse, soprattutto tra i giovani: la dipendenza da social media e da Internet.
Cosa fare?
Un primo passo autonomo, di cui si sente parlare, è il cosiddetto “social media detox”, un periodo di disintossicazione digitale basato sulla volontà della persona, che prevede la sospensione o la drastica riduzione dell’uso dei social. Tuttavia, quando staccare la spina da soli diventa difficile o le ripercussioni sulla vita emotiva e di relazione si rivelano troppo gravose, è fondamentale sapere di non essere soli e poter contare su uno spazio di ascolto professionale.
Per rispondere a queste nuove forme di disagio, il Gruppo Abele promuove il servizio INDIPENDENTE-MENTE, uno spazio d’ascolto, orientamento e consulenza psicologica nato per affrontare le diverse forme di dipendenza – da quelle da sostanze a quelle comportamentali legate al gioco d’azzardo e all’uso compulsivo del web e dei social media. Attraverso colloqui individuali, il servizio offre un supporto concreto e riservato sia a chi vive in prima persona questa sofferenza, sia alle famiglie che desiderano affiancare i propri cari in un percorso di consapevolezza e ritrovare il benessere quotidiano.
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